lunedì 30 giugno 2014

I gattopardi falliti d’Europa

«Noi fummo i gattopardi, i leoni: chi ci sostituirà saranno gli sciacalli, le iene; e tutti quanti, gattopardi, leoni, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra.»


“Il gattopardo” di Tomasi di Lampedusa è un romanzo suggestivo, spesso citato e non del tutto capito.
Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” è la frase che viene spesso citata, ma in questa frase ciò che non viene detto è più importante di ciò che viene detto.
La scelta del principe di Salina di aiutare i Savoia nell’unificazione dell’Italia fece in modo di mantenere i privilegi delle classi aristocratiche sotto il nuovo re, ma per le classi popolari fu un disastro: pulizia etnica, deportazione, morte e disperazione, fame, vergogna, emigrazione, furono alcune delle conseguenze.
Insomma per le masse cambiò molto, ma questo non interessava i principi. “Mors tua, vita mea”, dicevano gli antichi romani quando si trovavano di fronte a scelte del genere.
Il gattopardo però individua correttamente che gli elementi in gioco sono almeno tre: il nuovo padrone, la classe nobiliare e il popolo. Egli trova la propria collocazione più adeguata in questo gioco a tre puntando sul nuovo padrone. Ad ogni costo (per gli altri).

Alcune delle dinamiche che si verificarono durante l’unificazione d’Italia si stanno verificando adesso con l’Europa. La classe degli industriali da tempo aveva capito dove stavano puntando le forze in campo e decise di saltare sul carro del vincitore.
I gattopardi si trasformano in base alle convenienze. E credono di essere furbi.

Gli industriali italiani (e non solo loro) hanno creduto che il carrozzone dell’Europa fosse il carro dei vincitori. E sono saliti su.
Inizialmente hanno ricevuto numerosi vantaggi rispetto a dipendenti e sindacati. Le protezioni legali dei lavoratori sono quasi sparite ed i sindacati recitano ormai un conflitto che non c’è più. I salari sono scesi. La manodopera è abbondante.

Ma il problema vero per le industrie è che ormai il vero potere dell’Europa è quello finanziario. Gli industriali si credevano gattopardi e sono stati gli utili idioti della costruzione europea. (1)
In un sistema che cerca il massimo profitto per il capitale non è più la produzione che può fornire gli utili voluti, solo la finanza può garantire buoni profitti. Marx non aveva torto quando spiegava la caduta tendenziale del saggio di profitto. La produzione non conviene più al capitale. Con il piccolo inconveniente che la ricerca di profitto finanziario tende a distruggere intere nazioni. Ma così è andata, lo spiegava bene Anselm Jappe (2). Adesso sono sacrificabili anche gli industriali.

Avrebbero fatto meglio ad allearsi con i propri dipendenti per combattere contro questa Europa di banchieri.
Ma adesso non hanno più anima, l’hanno venduta al diavolo della finanza. E dopo l’anima stanno perdendo anche le loro aziende. Gattopardi falliti.


Truman
maggio 2014


NOTE

(1)   Il film “The Brussels business” mostrava abbastanza bene questa progressiva sparizione degli industriali dal timone della nave europea, a tutto vantaggio della finanza.
(2)   Ad esempio qui: http://www.sinistrainrete.info/marxismo/2411-anselm-jappe-emanciparsi.html “la maggior contraddizione del capitalismo non è il conflitto fra il capitale ed il lavoro salariato […]. La contraddizione maggiore, piuttosto, risiede nel fatto che l'accumulazione del capitale mina inevitabilmente le sue proprie basi: solo il lavoro vivo crea valore”.

Due sovranità, anzi tre, anzi di più


Poichè parliamo spesso di sovranità, è interessante analizzare il suo significato. Qui tento di individuare alcuni aspetti del concetto di sovranità.
Conviene partire da una definizione di sovranità, ripiglio quella che avevo fornito per anarcopedia:
La sovranità è una forma di potere che non riconosce alcuna autorità di livello superiore. Solitamente la sovranità è intesa a livello dello Stato (che solitamente si identifica con lo stato-nazione). In altre parole lo Stato è un potere sovrano che non dipende da altri poteri.
Qui emerge una delle contraddizioni del concetto: sovranità deriva etimologicamente da sovrano, cioè re, esso è intimamente legato a concetti monarchici.
In un modo che dà da pensare, nelle odierne democrazie si parla spesso di "sovranità popolare".
Insomma la sovranità, che è un concetto riferito ad una persona, ad un singolo, la massima autorità di uno Stato, viene oggi concepita come un concetto pluralistico, di un popolo. Nasce poi in ambiente monarchico e vorrebbe essere applicato in ambito democratico. Qui c’è qualche aspetto paradossale, su cui vorrei tornare dopo.
 
Ma restiamo per ora alla sovranità come è citata nella Costituzione italiana:

Art. 1. L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Emerge qui una visione della sovranità che deriva dal grande costituzionalista Kelsen: la sovranità viene fornita tramite la Grundnorm, la legge fondamentale (la Costituzione) sulla cui base viene costruito l’edificio giuridico. In questa visione la sovranità si costruisce sulla legge.
Il concetto può essere capovolto, facendo diventare la Costituzione come la legge di grado più elevato, da cui discendono tutte le altre.
Non cambia molto, ma rende l’idea di una legge che discende dall’alto, invece che costruita dal basso.
Nella prospettiva di Kelsen si evita però di introdurre la possibilità di una legge che discende da un ente esterno, l’idea della legge divina che per millenni è stata considerata valida.
Eppure un altro famoso giurista ammoniva che tutti i concetti politici originano dalla teologia.(1) Era Carl Schmitt, più famoso per un altro concetto di sovranità: “Sovrano è chi decide lo stato di eccezione”.
La prospettiva di Schmitt è basata sull’idea che la legge non può prevedere ogni situazione, ci saranno delle situazioni eccezionali in cui bisognerà prendere decisioni, anche se non c’è una norma esplicita. Per lui il sovrano è colui (o l’ente) che decide cosa fare in questi casi eccezionali.
Anche se non è molto esplicita, anche la sovranità di Schmitt è presente nella nostra Costituzione, perché essa deve prevedere cosa fare nelle situazioni impreviste. Essa compare negli artt. da 134 in poi.
Art. 134. La Corte costituzionale giudica:
sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti, aventi forza di legge, dello Stato e delle Regioni;
sui conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato e su quelli tra lo Stato e le Regioni, e tra le Regioni;
sulle accuse promosse contro il Presidente della Repubblica, a norma della Costituzione.
 
Particolarmente interessante l’ultimo comma dell’art 137.
Contro le decisioni della Corte costituzionale non è ammessa alcuna impugnazione.
 
Insomma se si volesse leggere la nostra Costituzione con la visione di Schmitt, la sovranità vera sarebbe qui, e risiederebbe nella Corte costituzionale, non nel popolo. Ci sarebbe certamente qualche aspetto di forzatura, perché la Costituzione fu scritta in un’ottica alla Kelsen, ma qui emerge l’idea che esista un’altra sovranità, oltre a quella citata esplicitamente, la sovranità di chi decide ed ha l’ultima parola.
Un’interessante conseguenza è che la Corte costituzionale non è solo un organismo giuridico, ma ha sostanziali contenuti politici.
 
Vale comunque la pena di ricordare che Kelsen e Schmitt furono spesso in polemica tra loro, ottenendo notorietà con le loro controversie oltre che con le loro idee.
Nel frattempo in Italia il nostro Costantino Mortati, senza troppo clamore, definiva l’idea di costituzione materiale, come qualcosa di vivente nella nazione, nel suo popolo e nelle sue istituzioni, qualcosa che si poteva discostare fortemente dalla norma scritta. Mi resta la sensazione che avesse visto più lungo degli altri due famosi giuristi.
In ogni caso, le due visioni di Kelsen e Schmitt mostrano due visioni alquanto interessanti di sovranità, decisamente diverse tra loro.
Ma il discorso è ben più complesso. La parola sovranità compare ancora all’ art. 11:
L’Italia … consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.
Qui compare un concetto diverso dai precedenti, ancora una volta poco esplicitato, l’Italia vuole essere uno Stato sovrano che decide in sua autonomia le politiche e le decisioni da adottare. Insomma uno Stato è sovrano quando non ci sono ingerenze di altri Stati.
Qui la questione non è chi decide all’interno dello Stato, ma che lo Stato è capace di decidere di suo, che non è una colonia amministrata da un viceré. Forse qui la prudenza dei padri costituenti ha evitato di inserire dichiarazioni che non si potevano mantenere, vista la sconfitta subita nella II Guerra mondiale (e le onerose condizioni di pace), eppure questo concetto di sovranità è ben visibile nel diritto all’autodeterminazione dei popoli presente nelle dichiarazioni ONU. (Ad esempio la Carta delle Nazioni Unite, 26 giugno 1945; art. 1, par. 2 e art. 55)
Questo è un principio molto citato e poco applicato. Eppure se lo Stato non è sovrano, ha senso parlare di sovranità al suo interno?
Va detto che all’interno della sovranità statale si ritrova la sovranità monetaria della MMT (diffusa da Paolo Barnard con varie spiegazioni, inizialmente Modern Money Theory): uno stato ha la sovranità monetaria quando è padrone della propria moneta e della propria Banca centrale.
Qui conviene aggiungere il commento di un utente di Comedonchisciotte. (Jor-el)
Il discorso della sovranità è costellato di tabù, il più grande dei quali è quello che riguarda la sovranità militare, di cui non si può assolutamente parlare e che invece è direttamente collegata alla sovranità politica e monetaria. Con un paletto del genere, sfido che i discorsi diventano "complicati"! Viceversa, una bella mappa dell'Europa in cui siano ben evidenziate le centinaia di basi militari straniere (magari sovrapponendo ad essa quella dei flussi del contrabbando di droga o dei migranti) chiarirebbe molte cose.
E quindi quella che per Benigni era “la Costituzione più bella del mondo “ qualche dimenticanza la ha.

 
Vorrei ritornare in chiusura sul paradosso iniziale, di come conciliare l’idea di re con il popolo sovrano. Sembrano concetti alquanto incompatibili, eppure Antonio Gramsci fece un’operazione di questo tipo, partendo dal “Principe” di Machiavelli per arrivare alla moderna forma del principe, che per lui doveva essere un partito politico, vivo, attivo, egemone.
E allora si , in un'ottica gramsciana il popolo sovrano può esistere. Se è un popolo attivo, militante, impegnato. Non è un popolo di elettori.
 
Note
1) Qui la frase precisa è “tutti i concetti decisivi della dottrina moderna dello Stato sono concetti teologici secolarizzati”.

giovedì 16 gennaio 2014

La soluzione non è l’economia



Impazzano sui mass media le discussioni sull'economia e sulla relativa crisi. Dai mezzi di comunicazione di massa tradizionali (i quali solitamente riportano informazioni sovrapponibili) i dibattiti economici straripano nei blog e nei social network.
Così termini come spread, Bund e BTP dilagano nel parlare comune.
Ma siamo sicuri che il problema sia soltanto economico?
O forse l'errore sta proprio nel pensare che la soluzione ai nostri problemi quotidiani vada posta in termini economici?
 
Trappole
Una trappola può anche essere costruita con concetti organizzati in modo opportuno. Non è necessario che ci siano elementi sensibili in una trappola, anzi le trappole migliori sono concettuali, perché sono più difficili da percepire. Le catene più forti sono quelle che non vediamo.
Le trappole del linguaggio non sono certamente un concetto nuovo.  Ad esempio, nella premessa alla "Piccola enciclopedia marxista" (1) c'era questa citazione:
Nella remota antichità
governarono stringendo nodi,
in epoca successiva i santi
li sostituirono con la scrittura.
Lu Hsün – da I Ching
Una delle trappole della parola usate più di frequentemente è quella che io chiamo "la trappola del dualismo".
 
La trappola del dualismo
Quasi tutte le contrapposizioni fornite dai mass-media sono trappole mentali.
Le contrapposizioni più frequenti, del tipo destra-sinistra, amico-nemico, Obama-Romney, Milan-Inter, sono dei meccanismi dove i due termini non individuano delle scelte reali, delle scelte di vita, ma servono solo ad identificare un piano privo di soluzioni, dove il lettore resta intrappolato.
Per uscire da questi vicoli ciechi serve una mossa che esca dal piano, in gergo scacchistico è una mossa del cavallo.
Una delle trappole usate più di frequente è quella che, tramite la contrapposizione capitalismo-comunismo, produce la visione dell'homo oeconomicus (2), cioè la folle idea che la vita umana possa essere ridotta a un assieme di transazioni economiche, di scambi monetari.
La trappola si richiude nel momento in cui le popolazioni si focalizzano sulle differenze tra comunismo e capitalismo, perdendo di vista ciò che è invariante nei due sistemi: l'idea che la vita umana sia riconducibile a scambi monetari. E' un'idea errata che di solito nemmeno viene percepita, esso è uno dei dogmi inespressi del pensiero unico odierno.
No, la vita umana non è riconducibile all'economia. L'economia (da oikos + nomos, spesso con l'aggiunta sottintesa di polis) è la scienza che si occupa di soddisfare bisogni umani con risorse limitate, è una scienza certamente interessante, ma essa si occupa di mezzi, non di fini.
I fini vanno stabiliti da un'altra parte, e deve essere l'etica, oppure la politica, a stabilire i fini. Se si antepongono i mezzi ai fini (come si è fatto di recente con il pareggio di bilancio in Costituzione, il cosiddetto Fiscal Compact) si possono solo combinare disastri. Disastri che stiamo vedendo.
"Non di solo pane vive l'uomo" diceva un ebreo semidimenticato.
Oggi invece si gioca ancora con il fantasma del marxismo, che viene contrapposto al capitalismo, dimenticando che sotto molti aspetti Marx è uno dei più grandi apologeti del capitalismo. Già nel “Manifesto” del 1848 egli esalta la forza rivoluzionaria della borghesia, e quindi del capitalismo, rispetto al mondo feudale (3). Successivamente Marx sostiene la priorità dell'economia ("struttura") sulla religione o sulle discipline umane (come l'etica), che sono "sovrastruttura" (4). La sua opera più nota, "Il Capitale", mantiene queste impostazioni.
Appunto una trappola, i due modelli ferocemente contrapposti hanno un nucleo forte in comune ed è molto più importante la parte comune non detta che le differenze enfatizzate dai media. E come tutte le trappole, tornare indietro, quando ci si riesce, è certamente doloroso.
 
Nel sacro abitano i mostri
La norma che viene interiorizzata dalle popolazioni, dopo incessante lavaggio del cervello, è la riduzione della vita ad economia (“L'economia è tutto”, scrive qualcuno sul blog) . E' una norma ancora più forte nel momento in cui non viene nemmeno percepita.
La norma tacita proibisce di cercare altre forme di esistenza. Esse sono tabù. Ma il tabù identifica la presenza del sacro, spiega Mircea Eliade.
E "nel sacro abitano i mostri", dice Galimberti. (5). Sacralizzando la vita umana come attività economica abbiamo scatenato i mostri.
 
No, non sarà l'economia a salvarci e nemmeno la rivoluzione proletaria, ma comprendendo (e qui il materialismo dialettico aiuta) la complessità del mondo reale e la necessità di elaborare collettivamente i problemi reali, trovando soluzioni a misura d'uomo (soluzioni politiche a problemi umani) e combattendo per tali obiettivi, molto si può fare.
 
Truman
 
NOTE
  1. http://www.contraddizione.it/quiproquo.htm (La citazione mi piace molto ma non sono riuscito a rintracciare l'originale cinese)
  2. http://it.wikipedia.org/wiki/Homo_oeconomicus
  3. La borghesia ha percorso, nella storia, un ruolo essenzialmente rivoluzionario[…]
Questa rivoluzione continua dei sistemi di produzione, questo movimento costante di tutto il sistema sociale, questa agitazione, questa poca sicurezza eterne, distinguono l’epoca borghese da tutte le precedenti. […]
La borghesia, dal suo avvenimento appena secolare, creò delle forze produttive, più svariate e più colossali che tutte le generazioni passate prese insieme. La sommissione delle forze della natura, le macchine, l’applicazione della chimica, all’industria ed all’agricoltura, la navigazione a vapore, le ferrovie, l’incanalamento dei fiumi, delle popolazioni intiere che sorgono come per incanto, qual secolo precedente avrebbe mai sognato che simili forze produttrici dormivano nel lavoro sociale?
Marx, Engels, 1848 ("Manifesto del Partito Comunista")
  1. "Nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L'insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza.[...]Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura."
Karl Marx, 1859 (estratto da: Prefazione "Per la critica dell’Economia Politica")
  1. Da “Idee, istruzioni per l’uso” , pag. 205, alla voce Psicoanalisi

martedì 28 maggio 2013

Le pulci e i pidocchi

Alcune note a margine del convegno del 25-5, a Roma, sull’euro e sulla crisi, organizzato dal Comitato NO DEBITO.

Una premessa dal romanzo di Irvin D. Yalom Le lacrime di Nietzsche:
«Il problema», replicò Freud, «è che nessuna delle diagnosi spiega tutti i sintomi».
«Sig[mund]», ribatté Breuer, alzandosi e parlando in tono confidenziale, «ti svelerò un segreto del mestiere. Un segreto che un giorno, in qualità di medico consulente, sarà il tuo pane. L'ho appreso da Oppolzer, che una volta mi ha detto: "I cani possono avere le pulci e anche i pidocchi"».


«Intendendo dire che il paziente può...»
«Proprio così», concluse Breuer, mettendogli un braccio sulle spalle. Dopo di che i due uomini si avviarono per il lungo corridoio. «Il paziente può avere due disturbi. In effetti, di norma è così ...
Un tema più volte trattato nel convegno "Unione Europea, crisi democratica e crisi economica”, è quello ben illustrato da Alberto Bagnai sulle aree valutarie ottimali e sull'euro che non funziona e non poteva funzionare (o almeno non funziona per gli scopi dichiarati, aggiungerei). E il discorso di Bagnai appare decisamente ragionevole.

Ma Moreno Pasquinelli approfondisce e dice che la crisi è più generale ed è di tutto il capitalismo.

Il discorso di Pasquinelli è ben dettagliato sul blog Sollevazione.

Cito:
nella copiosa produzione di Bagnai, a cominciare da “Il tramonto dell’euro”, per quanto possa sembrarvi paradossale non troverete mai il concetto di “crisi del sistema capitalistico”. Il fatto che ciò lo accomuni allo schieramento bipolare degli economisti mainstream divisi, così si dice, tra ortodossi ed eterodossi, non rende meno grave questa spaventosa deficienza. Una prova lampante che tutti costoro, liberisti e pseudo-keynesiani, pur accapigliandosi, si basano sul medesimo paradigma, la cui genetica caratteristica è quella di dare per scontato che quello capitalistico non è un sistema storicamente determinato, con contraddizioni sue proprie, bensì destinato ad essere eterno. Tutt’al più esso conoscerebbe solo “squilibri”, quindi essi si dividono solo sulle terapie: su come detti squilibri necessariamente momentanei debbano essere superati.

senza una teoria generale non si va lontano, e senza questa non possiamo spiegarci la malattia congenita che affligge il sistema capitalistico, quindi non avremo alcuna terapia degna di questo nome.
Anche il discorso di Pasquinelli appare ragionevole, anzi appare decisamente più ampio.

Interviene infine Giulietto Chiesa e chiarisce che il problema è ben più serio, non è semplicemente una crisi del capitalismo, ma esso segnala il raggiungimento dei limiti dello sviluppo. Il riferimento è al rapporto "I limiti dello sviluppo" commissionato al MIT dal Club di Roma e pubblicato per la prima volta nel 1972 (in seguito è stato pubblicato un aggiornamento del rapporto).

Bisogna imparare a convivere con il concetto di limite, dice Giulietto. Lo sviluppo non è più possibile. Se non vogliamo la guerra serve la decrescita.

Quello di Chiesa appare il discorso più coerente e profondo di tutti, ne vediamo quotidianamente delle evidenze (per esempio con le alterazioni climatiche).
La decrescita è ormai obbligata. Il lungo carnevale del consumismo sta finendo.

Eppure la decrescita sembra giustificare le politiche di austerity che Bagnai giustamente critica, perché derivano da scelte concettualmente errate. Strano, a me sembra che il ragionamento di Bagnai spieghi bene perché si deve rifiutare l'austerity.

Ritorniamo alla citazione iniziale: "Il cane può avere le pulci e anche i pidocchi".
Significato: molto spesso nei malati non si trovano i sintomi di un'unica malattia, ma di più malattie combinate. Questo ai medici principianti crea problemi seri, perché si intestardiscono nel voler ricondurre tutto ad una sola malattia.

Ma se per il prurito di un cane può essere conveniente considerare insieme due diverse cause, figuriamoci se può bastare un solo fattore causale per spiegare l'attuale crisi economico-politica, che sembra avere caratteristiche epocali. Sarebbe addirittura ingenuo pensare ad una sola spiegazione.

In pratica, mi appare perfettamente possibile che il capitalismo reale sia in una delle sue crisi, come pure mi appare possibile, in contemporanea, che l'euro sia un errore colossale nei termini descritti da Bagnai. Ed è pure possibile che almeno alcuni limiti dello sviluppo siano stati raggiunti.

Può darsi che la malattia dell'euro sia opportunista, che sfrutti una situazione difficile dell'organismo aggredito, creata da una crisi del capitalismo. E la crisi del capitalismo si potrebbe innestare su una generale crisi di civiltà.

La mia proposta è levare le pulci e i pidocchi, cominciando dal più facile.

Parlando fuori metafora, servono azioni puntuali, valori di riferimento, obiettivi strategici e pressione continua sul sistema politico.

Se lo sviluppo infinito non c'è più bisogna puntare a una visione ecologica della politica, dove contino i rapporti umani e l'uso del proprio tempo più che il denaro. Una visione che sia anche etica.

Una volta impostata una visione della politica orientata all'equilibrio con l'ambiente circostante, si potrà proporre un'alternativa al capitalismo dove non si lavori per il solo denaro, ma soprattutto per dare un senso alla propria vita. Qui si potrebbe riscoprire anche il valore dell'ozio.

Secondo me nella decrescita ci sono ampi spazi per la felicità.
Vale la pena di fare almeno un esempio: una volta in una famiglia bastava che lavorasse il capofamiglia per sostenere moglie e molti figli. Oggi si deve lavorare tutti e due, per orari sempre più lunghi, per guadagnare il denaro necessario. E spesso serve un secondo lavoro.
Perché il denaro non basta mai in una società basata sul denaro.

E invece bisogna tornare al valore del tempo al posto del valore del denaro. Stare più tempo con la famiglia, o con gli amici, invece che a lavorare. E lavorare con lentezza, per produrre bene qualcosa di utile e duraturo, non per fare cassa.

Insomma, il denaro non dà la felicità, si sa, e in una società dove il denaro conta di meno si può essere più felici.

La decrescita triste degli economisti deve diventare una decrescita felice alla Pallante (ricordo che l'economia era definita "la scienza triste", sarebbe ora di pensare a qualcosa di più divertente).

E nel frattempo ci si coalizza per uscire dall'euro, come primo passo del progetto politico. Anche perché se restiamo stritolati dall'austerity non avremo un futuro in cui fare altro.

Ricordando poi che un eventuale "euro del sud" (o euro dei PIIGS) mantiene tutte le tare che hanno portato al fallimento dell'euro attuale. Servono valute nazionali.

Non sarà facile, ma non abbiamo molte scelte. L'unica cosa che abbiamo da perdere è una sofferenza infinita.

E comunque l'esempio delle pulci e dei pidocchi come paradigma della crisi attuale, mi fa tornare in mente una vecchia frase: "L'imperialismo è una tigre di carta". Si può sconfiggere.

Truman

lunedì 27 maggio 2013

Il lungo carnevale del consumismo

La sera del martedì grasso terminava il carnevale e cominciava la Quaresima.

Come molti riti cristiani, il carnevale era una rielaborazione di riti arcaici precedenti.
Oggi, con la passione per lo spettacolo che abbiamo assimilato dopo decenni di infotainment, guardiamo più allo spettacolo del carnevale che al resto, ma esso riprendeva lo sfrenato abbandono dell'orgia: per tre giorni si perdeva il senso della misura e tutto era lecito, anzi tutto doveva essere esagerato, smisurato, fuori dall'ordinario ("A carnevale ogni scherzo vale").

Ma alla sera del martedì grasso finiva l'ansia della festa e si tornava alla norma. Molti apprezzavano il ritorno alla tranquillizzante normalità. Il carnevale era anche fatica.

In questi tempi sta terminando il lungo carnevale del consumismo, ma molti ancora non lo vogliono capire, cominciavano a credere che sarebbe durato all'infinito. Fanno come i bambini, che quando il gioco finisce, frignano, si oppongono, non vogliono calmarsi.

Ma era solo un lungo carnevale. Siamo alla sera del martedì grasso.
Domani comincia la Quaresima. (Un'epoca di quaresima).



martedì 30 aprile 2013

Governo Letta: tassazione senza rappresentanza

Dopo una campagna elettorale basata, sia da parte PD che da parte PdL, sul nemico (il giaguaro da smacchiare per il PD e il pericolo comunista o le toghe rosse per il PdL) arriva il governo dell'inciucio, dove quelli che si erano presentati come nemici si manifestano invece come alleati.


I temi della campagna elettorale evaporano come neve al sole, e il neonato governo del bastone si appresta a massacrare il popolo con una valanga di nuove tasse, mentre dichiara di fare il contrario.

La neolingua di Orwell in questo caso si applica alla perfezione. Si parla di aiuti all'Italia e si intende aiuti alle banche. Si parla di responsabilità e si intende scaricare sul popolo le ruberie della casta.

Si evidenziano comunque alcune tendenze e si possono prospettare alcune azioni.


Lo scudo a Berlusconi

Una delle prime azioni dell'esecutivo sarà fornire a Berlusconi lo scudo definitivo contro i giudici che egli sicuramente ha messo come condizione per il proprio appoggio. A breve vedremo qual è la soluzione trovata. Una potrebbe essere la nomina a senatore a vita, con la prospettiva successiva di un incarico di maggior prestigio (presidenza della repubblica).


The show must go on

La sensazione che arriva dai media è che ad ogni costo bisogna tenere la scena. Ciò è ancora più importante quando non si ha niente da dire.

Bisogna evitare che gli spettatori vadano via (anche metaforicamente, evitare che si distraggano dalla recita e comincino a pensare con la propria testa).

Quindi continua la valanga di talk show di politica dove tutti i teatranti a turno parlano di argomenti inessenziali. Riforme, responsabilità, emergenza, concertazione, sono parole che si possono usare tranquillamente, perché ormai da tempo sono state svuotate di significato. Europa da citare sempre in termini positivi.

A volte servirà fare qualche promessa, che comunque verrà smentita al momento buono (es. abolizione dell'IMU).


La legge elettorale

La legge elettorale è uno degli argomenti di cui si parlerà molto. Non è un argomento pericoloso, perchè tanto non si farà. Non si può fare una legge elettorale se prima non si sa come tener fuori il M5S, o almeno minimizzare la sua presenza in Parlamento. Ma i numeri cambiano in continuazione e la soluzione per far fuori il M5S è ancora da trovare.

Quindi la legge elettorale si farà subito prima dello scioglimento delle camere. Nel frattempo partirà la fabbrica del fango, per cercare di coprire di sterco chiunque aderisca al M5S.



La strategia del bromuro

Nel frattempo per il dissenso si privilegia la strategia del bromuro rispetto all'abusata strategia della tensione. Il dissenso viene minimizzato, viene considerato gesto individuale di esaltati. A nessun costo bisogna ammettere che ormai la disaffezione verso i partiti di governo nella popolazione è totale.

La tecnica è collaudata, spettacolo al posto del lavoro. Per chi non si accontenta c'è il gratta e vinci. E se anche questo non basta si alzerà il livello della musica.

Sperando che il popolo non si ricordi di quando la tassazione senza rappresentanza portò ad una rivoluzione.



Economia, economia, economia

Nei talk show si continuerà a parlare diffusamente di economia, che andrebbe intesa invece come monetarismo. Nel pensiero unico del governo delle banche l'unico modo di governare l'economia è il monetarismo, quindi si discuterà all'infinito di come sostenere i consumi con manovre puntuali.

Si accennerà anche alle due versioni del monetarismo, quella USA, che prevede di stampare denaro all'infinito, e quella europea basata sull'austerità. Si farà così finta di mostrare più punti di vista (dando chiaramente ragione alla fine al modello europeo, ma con qualche correzione in base all'esperienza degli USA).

E' ormai dimenticata la politica economica, quella ben studiata da Federico Caffè, che si poneva in un'ottica anche a lungo periodo, per vedere come le azioni governative pilotavano le attività produttive. La scusa è che senza la possibilità di manovrare la leva del cambio non c'è il controllo dell'economia.

In realtà la leva del cambio della moneta è solo una delle azioni si cui il governo può agire. Non è difficile capire che intervenendo sui fondamentali: agricoltura, industria, scuola, sanità, il denaro speso resta in Italia e la quantità di circolante è ben superiore a quella che si ha sostenendo i consumi. Insomma è alla base della catena produttiva che bisogna intervenire, non nella fase finale dell'acquisto. Anche se numerose restrizioni sono imposte da quel consorzio di banche detto Europa, restano numerose possibilità di manovra. Un esempio sono gli incentivi al fotovoltaico.

Ma ai nostri governanti questo non interessa, loro lavorano per le banche.

mercoledì 24 aprile 2013

Il presidente di garanzia

E' stato eletto Napolitano, l'unico nome che oggi riusciva a garantire le rendite finanziarie contro il popolo italiano.




La decisione era urgente, bisognava evitare che il popolo vedesse che era facile trovare un nome che rappresentasse l'unità della nazione secondo il dettato costituzionale (esempi Rodotà e Zagrebelsky) e forzare ad un risultato che difendesse la casta. Il risultato è stato un plebiscito, e dal punto di vista scacchistico si configura come un arrocco, potente mossa che è contemporaneamente di attacco e difesa, e scompagina la situazione.


Sotto altri aspetti il risultato è da film dell'orrore, rappresentabile con film di King o Romero ("a volte ritornano" oppure "la notte dei morti viventi").




Le istanze di rinnovamento hanno perso, ma quel coacervo di interessi che si concentra intorno agli strozzini di Goldman Sachs e a quel consorzio di banche comunemente chiamato Europa, è adesso in seria difficoltà.



Grillo è riuscito a colpire la strategia del nemico e le sue alleanze. Sun Tsu insegna che adesso sono da abbattere le fortezze. Si può fare.

La strategia della casta era basata sull'inciucio sempre presente ma non visibile, su due partiti sostanzialmente alleati e formalmente nemici. Oggi sono costretti ad apparire per quello che sono, come alleati. Sono nudi.

E il re nudo è molto vulnerabile.


Il popolo ancora una volta ha perso e le sue richieste di giustizia sono state ancora una volta negate.

Vale la pena di ricordare Henning Mankell:

Il concetto di giustizia non significa solo che le persone che commettono reati vengano condannate. Significa anche non arrendersi mai. (Assassino senza volto, Marsilio 2001, p. 357)


Non ci arrenderemo mai.

Anzi...