lunedì 22 ottobre 2007

Alcune idee programmatiche per la sinistra

3 novembre 2004

E’ un periodo in cui nella sinistra e nel centro sinistra si parla di programmi. Qualche idea circola, ma personalmente sono alquanto deluso.

Ho la sensazione che la preoccupazione principale sia quella di mediare interessi, piuttosto che quella di costruire il futuro. In altre parole, vedo il tentativo di costruire un’alleanza alla Brancaleone più che un progetto politico.

Dato che in realtà di problemi politici nel momento attuale ce ne sono anche troppi, e che sento una certa urgenza di avere un progetto politico che possa realmente incidere sulla realtà, provo a proporre qualche idea su come si potrebbe orientare la sinistra oggi.

Alla base di tutto per me deve stare l’etica, intesa come una scienza applicata, non come un vago aspetto formale (o come una mano di vernice su un riformismo un po’ nauseabondo). “L’etica non è una disciplina priva di interesse pratico”, diceva Savater in “Etica per un figlio” e oggi questa frase mi suona come un ammonimento.

L’etica è già codificata in molte leggi fondamentali, come la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, e anche nella nostra Costituzione.

Occorre tornare a tali leggi e fare in modo che siano effettivamente interiorizzate ed applicate (non sepolte da cavilli e regolamenti di attuazione vari).

Ma etica è anche tornare alla verità, chiamare le cose con il loro nome, vivere senza menzogna.

Dimenticando l’etica o si ritorna alle ideologie, oppure tutte le idee politiche tendono ad apparire equivalenti. ( La dialettica politica ed il pensiero unico)

L’etica è qualcosa che porta ricchezza, quando ci si rende conto che il modello competitivo, spinto all’estremo, porta a una specie di “mors tua, vita mea” in cui non resta alcuna forma di solidarietà.

Bisogna tornare alla teoria dei giochi “a somma non-zero”, dove tutti possono vincere, purché imparino a cooperare. Perché la politica è un gioco a somma non zero. (Un successo travolgente)

Rossana Rossanda ci tiene ad aggiungere l’aggettivo “laica” all’etica. Mi lascia perplesso: più volte sono state le religioni a riportare l’etica in primo piano. Teniamone conto: lo Stato deve essere laico, ma non necessariamente l’etica.

Dopo l’etica deve venire l’immaginario (ma forse dovrebbe venire al primo posto): i sogni, le angosce, le speranze, le passioni, il mito. Bisogna decolonizzare l’immaginario dai miti del consumo, della bellezza, della fama, insomma dai miti basati sul denaro.

E bisogna ritornare al rapporto con gli altri, con la famiglia, la comunità, l’ambiente di lavoro. Non serve un immaginario globalizzato, ma un immaginario tribale. In questo senso è potente l’uso internet, che consente di costruire legami tribali anche dove c’è distanza geografica.

E nel rapporto con gli altri bisogna recuperare la lentezza, i ritmi umani. Ripristinare il rapporto con le persone al posto del rapporto con il denaro.

Ridare valore alla storia, uscendo fuori dalla gabbia di un presente atemporale. (La gabbia del presente)

Poi serve accettare il fatto che in un periodo di cambiamenti la sinistra possa essere conservatrice. (Rivoluzionari e conservatori.)

Oggi i rivoluzionari sono di destra, vogliono cambiare tutto, anche le leggi fondamentali, anche la Costituzione. Teniamocela stretta la Costituzione, perché è una delle nostre più grandi ricchezze. Nata dopo l’avventura fallimentare del Fascismo ed una sanguinosa guerra civile, essa contiene troppi ammonimenti che stiamo trascurando (“L’Italia RIPUDIA la guerra” - come si fa a dirlo più forte di così?)

E bisogna anche tornare alla lunga tradizione della sinistra, recuperare il lavoro come valore, lo studio e l’impegno continuo in cooperazione con gli altri. I grandi risultati che si possono avere lavorando collettivamente su un impegno condiviso.

La sinistra che cura le differenze deve invece ritornare sul vecchio concetto degli stati nazionali, un valore che storicamente era di destra.
La sinistra oggi deve aver cura anche dei sentimenti nazionali, almeno finché serviranno a mantenere le culture, le tradizioni, le lingue, i miti locali. Lo stato nazionale non può soccombere ai poteri economici / commerciali, che gradiscono dei consumatori globalizzati.

La diversità è una ricchezza (almeno per la sinistra), non dimentichiamolo. Un buon esempio di recupero è presente in questi giorni per quanto riguarda i cibi locali preparati nella maniera tradizionale. Cerchiamo di ampliare il campo.

D’altro canto la diluizione degli stati nazionali nell’Europa può essere molto utile per avere una massa d’urto in grado di opporsi ai grandi monopoli commerciali. Ma qui il discorso si complica e servirebbe un discorso a parte.

E bisogna considerare anche il copyright: noi siamo dei nani sulle spalle di giganti, perché ci reggiamo sulla nostra eredità culturale, accumulata nei secoli. I grandi monopolisti stanno cercando di chiudere questo patrimonio culturale in una cassaforte, per fornire delle briciole solo a chi può pagare.
Una vera forza di sinistra non può tollerare che la cultura sia riservata ai ricchi. Le leggi sul diritto d’autore vanno attenuate. La loro validità del tempo va ridotta quanto più possibile. Assurdo tassare il prestito in biblioteca.

Va fatto un cenno sulla politica energetica: noi dipendiamo per la stragrande maggioranza della produzione di energia dall’estero, in particolare dal petrolio. Vanno intraprese iniziative in tutti i campi per ridurre questa dipendenza, anche dove i costi oggi appaiono eccessivi.

Va agevolato quanto più possibile il risparmio energetico e l’autoproduzione, va spinto il solare nelle sue varie forme. Potrebbe essere addirittura il caso di riconsiderare il nucleare.

In una politica di sinistra l’economia dovrebbe dipendere da tutto ciò che sta sopra ed avrebbe significato solo in quanto mette in pratica un progetto politico.

L’unico aspetto economico che, per quanto mi riguarda, vale la pena di citare, è la possibilità di diffondere l’uso della Banca del tempo, cioè lo scambio alla pari di ore lavorative tra persone. Che poi sarebbe in qualche modo un ritorno al baratto, un’antica pratica ingiustamente dimenticata.

Non di un altro modello di sviluppo abbiamo bisogno, ma di un altro modello di vita.

Truman Burbank

1 commento:

Matteo ha detto...

concordo in pieno
"Non di un altro modello di sviluppo abbiamo bisogno, ma di un altro modello di vita."
Bisognerebbe insegnarla a scuola